Cultura con(tro) metodo

Anticipo che questo potrebbe sembrare un blogpost pressapochista e sono anche consapevole che non sia in grado di dare risposte, anzi; il mio unico intento è quello di impegnare 5 minuti del vostro tempo, sparare li 3-4 domande e poi fuggire.
Se le domande sopravvivono parliamone, altrimenti beviamoci una birra insieme lo stesso e parliamo di altre cose…

Di recente mi sono imbattuto in questo articolo:
Don’t Fuck Up the Culture di Brian Chesky, co-founder di Airbnb.

Racconta di un dialogo tra lui è un suo investitore (il terzo se non erro), in cui gli chiede il suggerimento più prezioso che sentirebbe di dirgli. Egli risposte:

Don’t fuck up the culture.

Una delle frasi più belle che mi porto dietro di questo articolo è la seguente:

… Why is culture so important to a business? Here is a simple way to frame it. The stronger the culture, the less corporate process a company needs. When the culture is strong, you can trust everyone to do the right thing. People can be independent and autonomous. They can be entrepreneurial…

Insight

Ora vorrei mostrarvi invece un video.

Si tratta dell’incrocio Meskel Square in Addis Ababa, Etiopia.
Un po di dati: 2.7 milioni di abitanti, 2360 kmq, 67km di strade su 100kmq.
(Fonti: http://it.wikipedia.org/wiki/Addis_Abebahttp://addisfortune.net/articles/addis-abeba-to-get-new-traffic-lights/)

Questo video può essere visto con occhi differenti; si potrebbe dire che è caotico, sregolato, assurdo, inefficiente, pericoloso. Io stesso sarei preoccupato di attraversarlo con un cingolato!
Si potrebbe però anche dire che è adattivo, elastico, antifragile.

  • Come è possibile che non ci sia un solo incidente in così tanti secondi di filmato?
  • Come fanno a regolarsi (non riesco a riconoscere un pattern, una regola)?
  • Come decidono chi ha ragione e chi ha torto?
  • Se domani non avessimo più i semafori in Italia/Europa, sapremmo adattarci?

Ci tengo a notare inoltre che ho letto (non ricordo dove) che il numero di incidenti in questo incrocio è tremendamente basso rispetto ad altre città della medesima densità di veicoli.

Linking …

Nel nostro lavoro dedichiamo tanto tempo al metodo.
Dedichiamo tante energie al processo per rendere chiaro, semplice e trasparente quello che di solito è caotico, complesso e a volte casuale.

Nell’articolo Brian parla di entrepreneurial culture, che permea nella quotidianità, nelle azioni semplici. E’ qualcosa che ha fondamenta nei valori e arriva fino alle cose più piccole e apparentemente insignificanti.

Ora le domande auto-riflessive ma sarei curioso di sentire la vostra opinione:

  • Quanto tempo dedichiamo in un team di persone a lavorare sui valori, sulla cultura piuttosto che non sulle performance o sui metodi?
  • Il credo nei valori si può trasmettere?
  • Chi si dovrebbe occupare della cultura di una azienda?
  • Si può/dovrebbe tradurre la cultura in comportamenti?
  • In che modo lavoriamo per sviluppare una cultura nella nostra?
  • Sappiamo riconoscere se stiamo trascurando uno dei due aspetti?

Photo by https://www.flickr.com/photos/davelau/1156580469

  • vitalijzad

    Hai posto delle domande molto interessanti. Io ne aggiungerei qualcuna. Se esiste una cultura aziendale, quali sono i meccanismi di tipo sociologico e psicologico che rendono possibile la creazione della cultura? Quali discorsi, ideologie (liberismo? positivismo? utopismo tecnologico?) e giochi linguistici (“think different”) sono legati ad una cultura aziendale? Quali lavoratori sono più permeabili ad una cultura aziendale e quali hanno un modo di ragionare più indipendente?

    • fabiofabbrucci

      Grazie Vitalij, spunti interessanti.
      Nella tua esperienza e nell’azienda in cui lavori, avete una cultura “palese” al gruppo? Se si, in che modo la coltivate?

      • vitalijzad

        Io sono un consulente informatico, quindi vivo in una specie di “doppia assenza” delle culture aziendali. Non c’è la cultura della mia azienda, perché trascorro le mie giornate dal cliente e la mia azienda si manifesta nei bonifici mensili e per gli auguri natalizi. D’altra parte, essendo consulente, non sono nemmeno parte attiva della cultura del cliente per il quale lavoro. La cultura del cliente può essere vista come una democrazia di tipo ateniese dove tutti i cittadini hanno pari diritti, ma non sono tutti cittadini. Di fatto, la strategia vincente in questo caso sembra essere quella di sviluppare una impermeabilità alle culture aziendali ed attenersi al proprio ruolo di consulente.

        Ci sono dei consulenti che dopo diversi anni dallo stesso cliente, cominciano a sentirsi parte dell’azienda cliente illudendosi. Questi subiscono dei forti contraccolpi nel momento in cui il progetto termina e loro vengono destinati ad altri clienti.

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